Illustrazione di © Maria Giovanna Marsili

2. Maestro Adalberto, il nuovo Toscanini

Capitolo II

Maestro Adalberto, il nuovo Toscanini

Poco prima dello scoppio della Grande Guerra la famiglia Detopis fece il salto di qualità.

Per tutti gli angeli topici (con leggiadre alucce e baffetti), per tutte le stelle del Toparadiso, riuscirono a trovare un grazioso appartamentino che sembrava fare proprio al caso loro, in Via del Tarlo, un’arteria sottile di Via Nazario Sauro.

Da tempo nessuno lo abitava più, chissà per quale motivo. Nessun inquilino o aspirante a diventarlo, nemmeno sotto le pressanti lusinghe del proprietario che ormai, pur di affittarlo e coprire almeno le spese, era sceso ad un prezzo stracciatissimo.

Carino, ma… no! Tenuto bene, arieggiato e belle le rifiniture, ma… no!

C’era sempre qualcosa che impediva di sceglierlo, e quel qualcosa era sempre “la stessa cosa”.

Carino era carino, ancora in buono stato, con le travi in legno al soffitto e i ghirigori in stile Liberty alle finestre, dotato di ogni comfort, persino di un bagnetto con una bella vasca di marmo in cui immergersi la sera, dopo una giornata di topico lavoro.

Illustrazione di © Maria Giovanna Marsili

Giravano strane voci sull’attività che si svolgeva nella bottega a fianco; a dirla tutta, non era proprio una bottega, non si vendevano cose, né si aggiustavano. La chiamavano ogni giorno con un nome diverso: Paradisino, casa di tolleranza, luogo di piacere, o non la chiamavano affatto.

Mugolavano qualcosa, un’accozzaglia di sillabe scomposte, quei signori eleganti passandoci accanto, dandosi di gomito, ridendo sotto i baffi. Oh, per non parlare delle loro mogli che affrettavano il passo, dentro i loro cappottini di ultima moda e il copricapo piumato, come se potessero venire contagiate da qualche morbo letale, e qualcuna di loro cantilenava “Mon dieu, possibile tanta scostumatezza? Non c’è più religione, mon dieu… che degrado, che vergogna, che blasfemia! Dove andremo a finire?”.

Ora, dovete sapere, che solo ed esclusivamente per un motivo, il padrone di casa decise di affittare quell’appartamento ad una famiglia di topi.

Non che fosse un’animalista o persona di ampie vedute, né avvezza a gesti magnanimi, no-no-no, anzi. Ma non si sarebbe potuto rifiutare di concedere asilo a lui…

Lui, sì.

Si trattava di un nome sonante in città. Un’autorità a tutti gli effetti, al pari del sindaco, del vescovo, del presidente del Tribunale.

Ormai tutti ne parlavano, nei bar di Piazza Garibaldi affacciati sulla statua del grande condottiero, e tra i loggioni del Teatro Regio, e al mercato della Ghiaia il mercoledì e il sabato mattina, e sul Lungoparma durante le passeggiate in bicicletta, persino sul quotidiano locale, la Gazzetta di Parma, tutti, e dico tutti, si facevano girare in bocca quel nome come una caramella di menta: Topo Adalberto. Il maestro Adalberto. Il baffo del melodramma. L’unico degno rivale di Arturo Toscanini.

Tutti parlavano del topo miracolato dalla sorte, capace di dirigere l’orchestra del teatro anche meglio di…

Alcuni prima di proferire quella sentenza si facevano il segno della croce, altri si guardavano intorno come al tempo dell’Inquisizione, altri ancora si mettevano su di una gamba per verificare il proprio stato di sobrietà: “… Meglio di Toscanini!”.

E infatti, il trisavolo Adalberto, di orecchio assai fino, polso morbido e portamento fiero, aveva studiato giorno e notte gli spartiti del re di tutti i direttori d’orchestra, impugnando l’inseparabile bacchetta; e quando finalmente, coi soldi guadagnati impartendo lezioni di musica ai figli dei topi di città, si era potuto comprare una piccola radiolina, quei brani li aveva ascoltati e riascoltati reggendo tra le mani lo stuzzicadenti per spiedini e immaginando che lattine di birra e vasetti di marmellata di un vecchio ripostiglio, fossero i suoi musicisti da dirigere.

Tutti i grandi successi, e dico tutti, si era imparato a memoria: dalla Turandot e la Bohème di Puccini passando per i Pagliacci di Leoncavallo e la Traviata di Verdi, in assoluto la sua preferita.

Illustrazione di © Maria Giovanna Marsili

De’ miei bollenti spiriti, il giovanile ardore, ella temprò col placido, sorriso dell’amor. Dell’amor!

intonava la mattina il maestro Adalberto lavandosi i dentini, o pettinando con uno speciale arnesino in caucciù i baffetti, rigirandoli all’insù.

Nel giro di pochi anni era diventato uno dei più grandi esperti di musica operistica, e poi il primo direttore d’orchestra del Teatro Regio; ma non era difficile che lo chiamassero a dirigere anche nei grandi teatri italiani: la Scala milanese, la Fenice di Venezia, l’Olimpico di Vicenza, il San Carlo di Napoli.

Grazie a un talento indiscutibile e ad una classe innata (indossava polsini d’oro con lo stemma Detopis, guanti e cilindro e parlava scioltamente greco, latino e un francese melodico… squittè squittè, Je suis rat Adalbert) si guadagnò la stima di tutti i parmigiani, anche dei famigerati esperti d’opera – il Club dei 27 – e dei veri snob impenitenti, devoti alla Maria (Luigia, che avevate capito?), Giuseppe Verdi e alle incontestabili nobili discendenze (io sono pronipote di Maria Luigia per parte del secondo marito, io dei Borbone… e via di questo passo), quelli con una discreta puzza sotto il naso che la sera della prima facevano il loro ingresso nella hall del Regio Teatro col collo lungo da giraffa, gli angoli della bocca all’ingiù, agghindati come damerini del Settecento, porgendo il nobil braccio alle gentili consorti in abito da gran soirée.

Ecco perché il padrone di casa non poté astenersi dall’offrire l’appartamentino di Via del Tasso al grande maestro: Astolfo-Amintore-Arpagone-Adalberto Detopis.

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