4. Non basta una doccia

Escono dal locale, Laura si mette dietro a quella donna francese che le porterà via la sua amica. Per quanto tempo: Un anno? Forse due?

La scruta. I particolari rivelatori. Modo di appoggiare i piedi a terra = di avanzare nella vita. Di flettere i gomiti = capacità di adattamento. Di muovere il capo = predisposizione al cambiamento, sguardo ampio.

Le piace, non le piace? Stanno bene insieme? E’ bella? E’ brutta? Aggraziata, sgraziata?
Ma come cammina! E che scarpe buffe, orribili!
Saprà renderla felice? Solo questo è quello che conta.

“Allora, La, ti va di venire con noi, volevo farle conoscere un po’ Parma, una vasca e poi ci mangiamo qualcosa, tortelli di erbetta al Cortile? Li fanno ancora così buoni?”.
“Mi sono presa tutta la giornata per te” si corregge prontamente “per voi”.

Se non fosse per quel pensiero fisso nella testa sarebbe tutto più semplice. E invece, quel martello sfinente. Tum tum. E lui, ora dov’è? Con chi? Ti starà pensando? Tornerà indietro? Tum tum. Si è davvero stancato? Vuoi dire che fingeva?

I primi due anni erano stati perfetti, c’era davvero tutto. Tutto quello che Laura aveva sempre desiderato e mai osato nemmeno immaginare. C’era intesa mentale e sessuale, divertimento, un connubio idilliaco che fino a quel momento non aveva mai provato con nessun uomo. C’era voglia di stare insieme, di viaggiare, di rivedersi dopo che erano stati separati per settimane, di fare l’amore fino alla mattina, di condividere tutto.

E poi…

Poi, cosa era successo?
Cosa le era sfuggito di mano?
In quale punto della storia erano inciampati?

Non era questione di distanza, no davvero, a quello ci erano abituati, lo sapevano fin dall’inizio e poi, lei, una relazione 24 su 24 non l’avrebbe più tollerata. Laura e Stefan da che si erano incontrati ad un Festival ecosostenibile erano stati ben chiari l’uno con l’altra, ognuno ha la sua vita, una carriera in ascesa di cui doversi occupare. Nessuno di loro ambiva ad una famiglia tradizionale, figli, una casa da condividere, e tutto il resto.

Partivano, tornavano, stavano lontani anche per settimane ma poi era sublime rincontrarsi, Stefan si stava guadagnando un nome nell’ambiente, sembrava che nessuno ormai potesse fare a meno della sua architettura ecosostenibile; e in tante occasioni Laura lo aveva accompagnato nelle sue trasferte di lavoro, soprattutto nel nord dell’Europa, che poi si erano trasformate in weekend romantici e bellissimi da cui lei aveva ricavato ispirazione per i suoi romanzi.

“Allora, La, ci buttiamo nella mischia?” le propone Matilde.
“Come no, cominciamo con la parte seria? Le facciamo vedere il Duomo, il Battistero, San Giovanni?”.
“Te lo dico subito, non è il suo genere”.
“Menteur, ce n’est pas vrai… io adoro l’arte antica, che disci?” protesta Aurelie, facendosi seria in volto, sorridendo sotto i baffi. Ha un volto interessante, enigmatico. E brava la nostra Matty!
“Scusala Aurelie, è lei che casomai non ne può più di vecchiume, ci sta snobbando… Londra, Copenaghen, Barcellona, Berlino, le città del futuro… nemmeno Parigi va più bene per la nostra Matty”.
“Parigi rimane la città del mio cuore, tesorino mio, ma non ci vivrei, a differenza tua… che vuoi, io non ho quell’animo malinconico” ride Matilde che sembra sfilare dentro un paio di jeans attillatissimi capaci di rivelarne le forme. Nessuna imperfezione, uno slancio di sinuosità e muscoli guizzanti modellati da un gene magnanimo e da chilometri di strada fatta a piedi. Quel pellegrinaggio e poi l’altro, nuove mete sempre più distanti da raggiungere, con nuove difficoltà da aggiungere ai percorsi ‘che ti cambiano’.

Che ti cambiano, sì ma…

L’amore… dove va a finire quando finisce? Fa i suoi pellegrinaggi?
O c’è un grande calderone che lo raccoglie tutto?
Dove si trova?

“Questa è Via Cavour, quando eravamo ragazzine io e la mia socia Laura ci passavamo i pomeriggi del sabato, vestite come due scappate di casa…”.

“Oh, se è per questo tu la eri per davvero una scappata di casa, ribelle fino all’osso! Quanto a me…”.
“Quanto a te, sei sempre stata la principessa, altro che scappata di casa, chiedo venia. Pizzi e merletti dappertutto e linguaggio forbito, una vera snob da manuale. Vedi, Aurelie, ora vanno di moda le camicine Belle Epoque e i merletti ma Laura li portava quando nessuna ragazza avrebbe mai osato indossarli, lei era contro corrente”.
“E tu che collezionavi in modo ossessivo le gomme profumate del 173 Bis?”.

Matilde si guarda intorno, punta un negozio e ci va a sbattere contro con lo sguardo. “No… non dirmi che ha chiuso i battenti? Ma era un’istituzione a Parma!”.
“La tua istituzione, vorrai dire. Ebbene, sì, chiuso tutto. Addio alle tue gommine profumate. Sai, Aurelie, la tua Matilde mi faceva girare tutte le cartolerie della città alla ricerca della sua gommina mancante a forma di… macchina da cucire? Altalena? Orsettina blu? E poi c’era quella all’aroma di mirtillo, di Coca-Cola, e…”.
“E va bene, punitemi, prendetevi pure gioco di me, ma che ci posso fare se ho sempre avuto bisogno di collezionare? Prima le gomme e ora gli amori”.

Aurelie la guarda di traverso “Donc-donc, io farei parte della tua collessione?”.
“Potremmo dire di… si!” le si avvinghia addosso e le bacia le labbra.

Ora che Laura la guarda bene, con altri occhi, quella donna non è affatto male; del tutto estranea alle precedenti fidanzate, bellone da copertina vuote come una tracolla firmata.
Lei non è certamente una bellona ma ha qualcosa di magnetico: un’irrequietezza nello sguardo e di rassicurante garbo nei modi che le conferiscono fascino, e quei capelli color rame, sublimi; è solo che non sa di esserla, una bella donna. Qui sta la differenza, ci sono donne assolutamente mediocri ma a tal punto vanitose e conformate a una certa idea di bellezza, del tutto dipendenti dal giudizio altrui, che si conciano come pop star; e donne indifferenti all’altrui approvazione che non si mettono nemmeno un filo di rossetto. Lei è così, sembra bastare a se stessa e lì risiede il suo fascino.

Via Cavour è un torrente in piena di gente che cammina, entra ed esce dai negozi, chiacchiera al telefonino, sbircia una vetrina, di ragazzotti vestiti da rapper appostati negli angoli a canticchiare, fumare, corteggiare malamente le ragazze.

“Sai che facciamo, ora?” propone Laura “ora suoniamo al Duca e vediamo se ci invita a salire, ti va?”.
“Ma… non dirmi, che esiste ancora?” dice sorpresa Matilde.
“Certo, quello chi lo ammazza, ti ricordi vero dove abita?”.
“Se mi ricordo… Aurelie, questo vive nella casa più bella che io abbia mai visto, un mausoleo di arte medievale e sculture pop. Sapessi la corte sfrontata che le faceva, mai vista tanta pazienza in un uomo, ma la nostra principessa, niente! Le mutande incollate alla passera, come una Santa”.

Aurelie ride, la prende per mano, come se quella loro intesa la spaventasse un po’.

Laura suona un campanello, attende, poi una voce maschile ruvida e secca chiede “chi è?”.
“Sono io, Laura”.
Silenzio.
“Chi?”.
“Laura, già dimenticata?”.
“Oh, ma guarda te… sali, che bella sorpresa, Laura… ma, quella Laura?”.

Portone che si apre. Meraviglia. Aurelie si guarda attorno come una bimbetta in un negozio di giocattoli, l’ingresso è sontuoso, archi al soffitto affrescati in stile Liberty, una scalinata ottocentesca ornata di stucchi, un cavedio interno circondato da un muro in sassi, abitato da edera e glicine in fiore.
Ascensore. Senso di claustrofobia. Sono anni che Laura non entra in quella casa, forse dieci.

Ci andava spesso in passato, quando voleva rifuggire da tutto e da tutti, e sentiva il bisogno di un riparo accogliente, di una persona matura capace di ascoltarla.

Ma, aveva ragione la sua amica Matilde, per nulla al mondo aveva mai ceduto alle avances di quel vecchio uomo innamorato di lei, per quanto avesse intuito che con lui al fianco tutto sarebbe stato più semplice: sentirsi protetta, raggiungere il successo editoriale, viaggiare il mondo, frequentare la gente giusta.

Ultra sessantenne (all’epoca lei ne aveva 26) di nobili origini, ricchissimo, amico dei potenti, anche quelli dell’editoria, e con una passione sfrenata per la musica, l’opera, il teatro, l’arte. Tutte quelle che erano anche le sue passioni.
Dove lo avrebbe trovato un uomo così? Lei che si era sempre innamorata di ragazzacci scapestrati senza futuro, quelli che sua madre chiamava ‘i tuoi perdenti’, fatta eccezione per l’ultimo fidanzato, sia ben inteso, l’architetto di origini italo-olandesi con cui si era ampiamente rifatta. Un vincente in tutti i sensi, pure belloccio e con una carriera tutta in ascesa.

Alberto, impettito davanti alla porta le accoglie con un gran sorriso, sembra uscito da un libro di buone maniere d’inizio Novecento, vestito di tutto punto, un abito di taglio sartoriale di un blu antracite che sembra fatto di un tessuto metallico, una camicia di lino bianca, una cravatta tono su tono. Da che ne ha memoria, Laura non lo ha mai visto trasandato, nemmeno in casa, sempre elegante, profumato, barba fatta, capelli pettinati, manicure ineccepibile.

Dopo mesi di corte, mazzi di rose recapitati in ogni luogo lei andasse, inviti a cena nei ristoranti più eleganti d’Italia e persino un weekend a Parigi a bordo di un aereo privato per assistere alla prima della Turandot all’Opéra di Parigi, ci aveva provato a stringere i denti, immaginando di essere la sua giovane amante… c’erano riuscite tante donne, perché lei non ce l’avrebbe potuta fare?

Un corso accelerato, qualche libro letto, una sorta di training autogeno a se stessa… Puoi farcela! E’ un brav’uomo, ti vuole bene! Pensa al tuo futuro! A tutti i benefici che ne ricaverai.
In fondo, con quei quarant’anni di differenza sarebbe stato piuttosto semplice accontentarlo, un uomo di 66 anni mica avrà tutte ‘ste esigenze si era detta: qualche carezzina, un bacetto, una manovra veloce… e via!

Ma lei, no, non era tagliata per certe cose, non se lo sarebbe mai perdonata. Io ce la devo fare da sola. Ho tutte le carte in regola per arrivare dove voglio arrivare. Forse ci impiegherò più tempo, ma che importanza può avere?

Non mi butterò via. E la mia Simone (de Beauvoir) cosa direbbe?

Laura la considerava la sua maestra di vita, il faro da seguire, l’esempio da cui prendere esempio, non si sarebbe forse rigirata nella tomba nel saperla cedevole amante di quel vecchio?
Ma dai, Na laveda e n’asugheda e par gnanca droveda, le dicevano le sue amiche, alcune per scherzo, altre per davvero.

Ma per lei non era affatto così, quando un uomo ti bacia, ti accarezza, ti percorre con la lingua, poi non basta una doccia per cancellare tutto.

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