Pura Vida – Capitolo III

“Mi chiedo perché sia avvenuto proprio lì” le dico “con tutte le cabine che avrebbe avuto a disposizione per lasciarmi, ecco…”.

Ecco, niente!
Ecco, e ora cosa faccio?

Seguita ad ascoltarmi, annotando di tanto in tanto qualcosa sulla sua agenda di pelle verde oliva. La guardo quasi di nascosto, con pudore, una buona dose di diffidenza e la paura di essere fraintesa. Nella fascia estrema dello sguardo, la mia carnefice bionda è una ladra di emozioni, di infimi segreti che lei ha saputo far riaffiorare in superficie e coi quali tenterà di trasformarmi nella donna che ancora non sono. Una donna da manuale di cui potersi vantare con i suoi colleghi strizzacervelli di tutto il mondo universo, ecco.

“Ha deciso di dirmi basta proprio nel luogo dei cambiamenti” piagnucolo. “Ogni donna che esce da quella porticina a soffietto, il più delle volte fatica a riconoscersi allo specchio”. Mi zampillano davanti agli occhi tutti quei colori, piccole farfalle-vampiro che dove si posano lasciano cadere nefasti destini. Caleidoscopi di colori. Arcobaleni e tramonti d’Oceania. Veli di danzatrici orientali e poi matite e rossetti, gloss perlati, tutti rigorosamente cruelty free. E maschere miracolose al Verbasco e alla Tilia tomentosa, creme anti-age alla Malva e alla crusca di frumento, ampolle di oligo-elementi, argille e acque profumate…

Perché proprio lì, maledizione?
Perché quel giorno?
E quella valigia rossa dei tuoi viaggi più brevi incontrata per caso sul banco di un mercato torinese?

Sai come trascorro le mie giornate di moglie abbandonata, oggi? Due volte la settimana mi faccio spremere il cervello, ecco, come un pompelmo, un mandarino, un grosso limone di Sicilia. E tutto quello che ne esce ha un sapore ogni volta più aspro. Veleno, trielina, acido muriatico, acqua ragia, piscio di gatto. So bene che hai sempre detestato gli strizzacervelli, tu, per non parlare dei manuali ‘fai da te’ di sopravvivenza emotiva con cui ho riempito la mia nuova libreria e le mie tasche di quasi single (ne esistono di carinissimi e molto piccoli, sai. Ti fai una domanda, apri una pagina a caso e lì ci trovi la risposta!). Senti, è inutile che fai quella faccia da arbitro insultato: vorresti dirmi dove la vado a cercare la mia verità, se non nelle strade già percorse, nelle vite già vissute, nei dolori spremuti fino all’osso?

“E cosa rappresenta per lei quel libro?” mi domanda la donna bionda dalla voce programmata.

Io che nemmeno una sola volta nella vita ho pensato di fare l’attrice, mi lascio cadere a peso morto sul lettino e prendo a recitare “… Francesco, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Fran – ce – sco: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Fran. Ce. Sco. Era Fra, semplicemente Fra al mattino, ritto nel suo metro e settantacinque con un calzino solo. Era Francy in pantaloni di velluto sgualcito. Era Francisco al lavoro. Era Francesco sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre e solo il mio tesoro…”.

“Nabokov-Matilde. Lolita-Francesco. Un chiaro esempio di traslazione di identità”.

“Me lo dica sinceramente, dottoressa, crede che io stia diventando pazza?”.
“Mi parli ancora di questa storia, se vuole”.

Si sta divertendo, non è così? Che titolo darà al mio caso? Se è la moglie ad essere abbandonata? Un chiaro esempio di traslazione nabokoviana? O, più semplicemente: Quando il marito va in vacanza, della moglie cosa resta?

“Quel libro me lo aveva fatto conoscere lui, come tutti i grandi libri della mia vita, dottoressa. Una sera rientrando trafelato dall’università mi fa intendere di avere una cosa per me: leggilo quando hai tempo, ti piacerà. Una volta mi ha confessato di essersi sentito un po’ come Humbert nei primi anni della nostra relazione. Nonostante ci fossero solo sette anni di differenza fra noi, mio marito a detta degli altri, sembrava molto più grande di me. Matti disse quella sera, è uno dei libri migliori che abbia mai letto, ma se non ti dovesse piacere sei autorizzata a buttarlo nella spazzatura. Quelli erano i suoi modi sbrigativi” le spiego “i suoi unici peccati”.

“E’ proprio così, Matilde…”.

Pausa di grande effetto. Siamo sicuri che sia proprio una psicologa e non un’attrice di teatro? Una prestigiatrice? Un’incantatrice di serpenti?

“Ancora oggi e dopo tutto lei ha bisogno di vedere l’innocenza nei difetti di quell’uomo”.

Dunque, quell’uomo, sarà il suo di marito! Ammesso che lei ce l’abbia. E poi se anche fosse, Dottoressa Mia Spietata, che male ci sarebbe?
Mi sistemo comodamente sul lettino, chiudo gli occhi, mi sento leggera e pesante al tempo stesso. Una sensazione che non conoscevo prima di entrare qui dentro.
Vorrei tanto ci fosse Annamaria al suo posto, la mia meravigliosa insegnante di floriterapia che crede nelle forze invisibili e nel linguaggio dei fiori. Immagino che per lei siano tutte stronzate, i fiori di Bach, la legge dell’Attrazione, i cristalli che energizzano i Chakra, stronzate su cui ridere a denti stretti coi colleghi cervelloni.

“Credo sia giunto il momento di farlo scendere una buona volta dal piedistallo, quest’uomo. L’importante è cominciare, Matilde. Il resto viene da sé. Più lui sale in alto nei suoi pensieri, più lei precipita nella realtà. E la vera realtà…”.

Tatatataaaa, non mi frega della sua realtà, le mie orecchie sono sorde “…non è certo quella che si è creata in questi ultimi anni. Non è quella in cui ha voluto credere dal giorno del suo abbandono, Matilde, lo capisce non è vero? Quella semmai è…”.

Olalì olalà, non la voglio ascoltare questa qua.

“… Una favola, un incubo più o meno cosciente, una strategia della sua mente”.

 Ecco fatto!

Quanto mi verrà a costare questo suo spietato verdetto, dottoressa? Quanti Chakra ostruiti dovrò rienergizzare, quanti intestini contratti distendere per poter saldare la mia parcella?

“Come si spiega che dopo tre anni lei non abbia ancora accettato il suo abbandono, è una donna giovane e piena di talento, Matilde, e non credo vorrà seguitare a vivere in funzione di quell’amore finito che per giunta non ha mai voluto motivarle la sua fuga. Suo marito le ha persino negato la possibilità di implorarlo a restare”. Implorarlo a restare- are- areeee. Non oso controbattere ma concentro tutte le mie energie per trattenere le lacrime. Anche se lei è la mia psicoanalista, la prescelta tra tante altre indiscutibili professioniste della mente, l’addetta a prendersi cura dei buchi neri della mia anima, non ho nessunissima intenzione di passare per la mogliettina piagnona e cornuta che… di certo… io… non sono! Come ha detto Dottoressa: Una giovane donna piena di talento. Ecco, cosa sono.

Ecco perché sono qui. In questo studio a L che sembra più la tana segreta di una spia russa o di un regista di film gialli, con i suoi mille volti appesi alle pareti. Processioni in bianco e nero: caratteri e tipologie e diatesi, strani gingilli meccanici di cui ignoro il senso e schermi ultra piatti perennemente spenti su cui la mia ombra riemerge e svanisce.

Marco ha ripreso a farmi le domande dei primi tempi, interpretando la mia inquietudine come il risveglio di un dolore mai del tutto assopito. Dietro ad ogni mio silenzio, in apparenza ingiustificato, intravede il fantasma di mio marito che minaccia di invadere lo spazio che con tanta fatica lui ha saputo conquistarsi. Non ho potuto rassicurarlo questa volta, attribuendo alla stanchezza, allo stress o alle solite scuse la mia instabilità emotiva. Non ho nemmeno avuto il coraggio di parlargli di quella lettera, recapitata presso il mio studio, giusto per non creare scompiglio, ‘nel caso ci fosse già un altro uomo accanto a te’. Già. Ma quale faccia tosta, maritino mio! Ebbene, se proprio lo vuoi sapere, sei riuscito perfino a farmi sentire in colpa con quel tuo ‘già del cazzo’.

Faccio un lungo respiro, incrocio le gambe ma subito dopo le sciolgo per non dare l’impressione di volermi difendere (“aperta come l’aria di montagna. Aperta alla mia metamorfosi spirituale”), ma finisce che per il troppo ragionare sulla giusta posizione da assumere, le attorciglio di nuovo ed anche le braccia, per giunta.

Il mio corpo è attorcigliato esattamente come i miei pensieri, penso al trattamento ayurvedico che mi attende e mi sento un po’ meglio. Gli oli caldi, speziati, espettoranti, gli Othadam morbidi pieni di argille che sciolgono le tensioni, le mani sapienti di Pio che sanno sempre dove s’annida il buio e come far tornare la luce.

“In tutti questi anni… vede Dottoressa, io ho sempre pensato che prima o poi si sarebbe fatto vivo con una lettera, una telefonata, o anche un semplice messaggio affidato ad un conoscente. Avevo elaborato una mia teoria”.

“Una sua teoria, interessante. Vuole parlarmene Matilde?”.

“Mi ero convinta che mio marito mi avesse sempre cercata nel momento o nel posto sbagliato, ecco, e che per uno strano gioco del destino non mi avesse mai potuta trovare. Faccenda di pochi minuti o di una manciata di chilometri, non aveva alcuna importanza per me. L’idea che fosse morto non mi ha mai sfiorata. E poi, la puntualità con cui versava il suo assegno presso la mia casella postale, ha sempre sostenuto la mia convinzione e smantellato ogni dubbio. Da quel giorno io prelevavo dalla mia cassetta postale un assegno intestato a me. Oh, che stupida, dottoressa! Il fatto che le sue mani aprissero quello sportello ogni mese… era come se lui ci fosse sempre, mi capisce? Sempre. Ecco la mia teoria, dottoressa”.

 Tutti i mesi, casella postale: AC34591, Posta centrale, ricordati. La mia vita non è più la tua, non cercarmi, non mi troverai. Francesco.

“E il detective… cosa avrebbe scoperto?” mi domanda la mia psicologa bionda che ora sono certa di aver già visto in una di quelle trasmissioni televisive dove si parla di tradimenti.

“Ha poi incontrato l’uomo dell’assegno?”.

Di spalle, un uomo calvo trascina con la mano lo sportello di vetro. Con quel gesto asettico disegna nell’aria una mezza luna disadorna. L’uomo indossa un completo scuro, austero, dal taglio impeccabile. E’ impeccabile come la tua fuga quel giorno d’estate.

“Più o meno” rispondo seccamente alla mia carnefice bionda che inizia ad infastidirmi con questo suo modo di centrare sempre il bersaglio.
Infila una mano in quel piccolo ventre scuro e cigolante, l’uomo. Il bianco della carta si staglia nitido sullo sfondo come una grande stella in uno scampolo di cielo notturno.

“Che significa, più o meno?”.
“Il mio detective ha tentato di strappargli qualche informazione e poi ha fatto delle indagini più accurate su di lui, insomma” le dico esausta “alla fine non è riuscito a scoprire niente che potesse aiutarmi”.

Niente di niente, ecco.

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