Pura Vida – Capitolo IV

Ho capito che si è forti solo quando si accetta di poter fallire, Matilde. E questa non è né una scorciatoia, né una mongolfiera di luoghi comuni. Solo l’unica verità che posso accettare come vera.

Alle dieci in punto l’autista parcheggia l’auto davanti al mio albergo. Mi piace a prima vista per il sorriso gioviale, gli occhi svegli, e soprattutto perché ha riservato i due sedili posteriori della macchina al suo cane, un meticcio fulvo e scodinzolante che mi lecca la mano appena gliela porgo. Oh, ma guarda che fortuna, Joaquìn parla benissimo l’italiano e questo rende tutto più semplice. Mi racconta di aver lavorato otto anni in Italia per un’ azienda alimentare e di essersi presto stancato dei tempi frenetici e delle nostre ‘malsanos costumbres’. “Faccio l’autista per mantenere la mia famiglia”, mi racconta, “ma la mia vera passione è la musica”.

La musica, già.

Per tutto il viaggio in direzione di San Josè mi propina un intero repertorio di strazianti canzonette d’amore. Una sorta di Nino d’Angelo costaricano.
Mi consiglia una prima sosta all’ambasciata italiana, “lì sapranno dirti qualcosa in più sulla persona che stai cercando” mi dice, fissandomi con aria furtiva “sempre che non sia qui illegalmente”.

Oh senti, non è da Francesco, ma ormai stiamo parlando di una persona che non conosco più. Estraggo il boccettino di fiori di Bach dalla tasca dello zaino, sfilo la pipetta di vetro e mi lascio cadere quattro gocce, anzi cinque, certamente qualcuna di più, sotto la lingua. Mimulus. Chiudo gli occhi, visualizzo il fiore giallo, pieno di sole, con quelle piccole macchioline rosso sangue al suo interno, risento la voce garbata ma convincente di Annamaria che dice “Il fiore di Mimolo si adagia su altre piante o contro i muri come in cerca di protezione. Al tramonto i fiori si chiudono e si riaprono al mattino, col sole. Cresce in bilico sulla corrente d’acqua, ma le sue radici sono ben infisse nel terreno”.  

“Sono qui per rivedere mio marito” lo informo. E mi sento trascinare via dalle correnti. Punto i piedi a terra, le mie radici escono dalla pianta dei miei piedi e vanno in cerca di te. Afferro la cintura di sicurezza con le mani, sono precaria ma tenace, mi dico. Se voglio farmi aiutare dalla mia guida è necessario che sappia la verità. Così gliela racconto, omettendo qualche dettaglio.

“Bene, allora hai già un indirizzo sicuro” batte il pugno chiuso sul volante, in segno di vittoria.
“In verità non ho nulla di sicuro”.
“Mi hai detto che sta lavorando in una grande libreria del centro, giusto? Allora, lascia fare a me. Quelle piccole non le prenderemo in considerazione, per il momento. E quelle grandi non sono poi così tante”.

In una tale accozzaglia emotiva ciò di cui ho più bisogno è proprio di fermezza e Joaquín sembra dispensarne in quantità. Walnut. La mia guida ticos ha la fermezza del noce, una pelle ruvida, lisa, come la corteccia di questa pianta che non permette agli insetti di aderirvi. Durante le trasformazioni il noce emana un odore sgradevole per gli insetti, anche in questo somiglia tanto a Joaquìn.

…Ora i libri li vendo, ma trovo anche il tempo per leggerli… E’ bello nutrirsi delle storie degli altri dopo aver faticato tanto a comprendere la propria.

Tra la calca del mattino, il concerto stonato del traffico e la moltitudine di facce colorate, imbocchiamo l’Avenida Central, il corso principale della città la cui struttura urbanistica ricalca lo standard costruttivo di tutte le maggiori città dell’impero spagnolo. Le strade che corrono parallele da est a ovest sono le avenidas, mentre quelle perpendicolari sono le calles. A un certo punto è necessario proseguire a piedi, Joaquìn parcheggia la sua vecchia Nissan rosso ciliegia, fa scendere il suo cane che balza dalla macchina con l’agilità di una lepre, e mi fa strada tra la folla di ambulanti che gridano e di turisti che s’improvvisano registi di improbabili documentari di viaggio.

“Se non è l’una sarà senz’altro l’altra” cantilena Joaquìn, appostandosi davanti alla vetrina di una grande libreria il cui nome mi richiama immediatamente alla memoria qualcosa di familiare: Lehmann. Non deve trattarsi della marca del formaggio, per altro disgustoso, che mi hanno servito sull’aereo, ne tanto meno di una linea di oli medicati.

Lehmann, ripeto.
Ma certo!

“Sulla carta da lettera” balbetto, mentre il mio autista mi precede all’interno della libreria. Lo seguo e in men che non si dica mi ritrovo in un pianeta diametralmente opposto da quello che mi sono appena lasciata alle spalle. Salubre frescore. Silenzio scalfito da poche voci confuse. Atmosfera raccolta e libri ovunque, scaffalature in noce ricolme di volumi ben ordinati e suddivisi per sezioni e per lingue. Armadi semplici, essenziali, accanto a librerie antiche, preziose come grandi scrigni capaci di preservare dal tempo e dalla noia la magia di storie e leggende, racconti di mare e viaggi temerari di principi, pirati, o semplici marinai in cerca di fortuna. Noto con piacere che un’ala sopraelevata della libreria è stata riservata alla lettura, tavolini di legno, panche con cuscini variopinti, persino un banco del bar in miniatura presso il quale è possibile ordinare caffè e zumos de fruta.

“Deve essere questa” lo informo, con un entusiasmo che a fatica riesco a contenere. “Per scrivere la lettera si è servito della carta intestata della libreria… di questa libreria”. Le labbra di Joaquìn si alzano verso le orecchie e i suoi occhi s’ illuminano come piccoli fari.

“Bene, era una broma. Ora, lascia fare a me” mi dice, col tono di chi sa perfettamente come ci si deve comportare in situazioni come queste. Mentre passo in rassegna qualche titolo dei romanzi più letti dai Ticos, seguo i movimenti di Joaquìn che si avvicina al bancone delle informazioni e scambia qualche parola con uno dei commessi, in un dialetto assolutamente incomprensibile.

Afferro il primo libro dallo scaffale: La mujer de papel. E’ proprio così che mi sento, ora. Una donna di carta. Basterebbe un piccolo alito di vento per farmi volare via. Mi sento nervosa come mai da quando ho messo piede in questo paese. E’ strano, mi dico, come il coraggio venga a mancare proprio quando si è vicini alla meta. In lontananza, sembra tutto più facile. Un fusto di Equiseto mi si para davanti, col suo scheletro a lisca di pesce che rimanda alla colonna vertebrale dell’uomo. Vorrei aggrapparmi a lui, adesso, respirarne l’antica fermezza, farne il pieno per poter affrontare tutto quello che verrà.

Scorro col dito alcuni volumi di poesia, ed è lì che mi fermo. Lì che la punta del mio indice destro decide di restare quel tanto che basta per riprendere fiato o semplicemente ricordare. Lo sfilo da tutto il resto che al momento non m’interessa, con gli occhi lucidi sfioro la copertina opaca su cui troneggia una grossa P e poco più in là una N tutta riccioli, apro una pagina a caso e leggo a bassa voce per le mie orecchie sorde d’amore.

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio, o freccia di garofano che propagano il fuoco: t’amo come si amano certe cose oscure, segretamente, tra l’ombra e l’anima. T’amo come la pianta che non fiorisce e reca dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori. T’amo senza sapere come, né quando, né da dove…

 Un soffio caldo alle mie spalle, sul mio collo.

“Francesco Bernardi, giusto?” m’interroga Joaquìn alzando un folto sopracciglio scuro.
“Esatto” riesco a dire ancora stordita dal suono di quei versi impareggiabili.
“Ha lavorato qui fino a un paio di mesi fa”.

Dimmi che sto sognando! Ora che l’avevo in pugno, mi è sgusciato via dalle mani. Alzo gli occhi e inseguo il mio palloncino rosso scivolare verso il cielo, lento e impassibile, noncurante della mia delusione e del libro di Neruda che mi cade dalle mani, Tonf, dritto su un piede!

Lo scheletro dell’Equiseto si sta frantumando, rametto dopo rametto, ma io tento di riassemblarlo come si fa con un vaso di vetro caduto a terra, coccio dopo coccio. Tu sei un creatore, tu crei con ogni tuo pensiero, Legge dell’Attrazione. Metto a fuoco il mio Francesco, lo vedo seduto dietro al bancone di legno mentre sorseggia un succo di qualche frutto tropicale di colore arancione, non mi guarda, è assorto nella lettura, intravedo la copertina del libro. Pablo Neruda, Todo El Amor. Lo chiamo, non risponde. Lo richiamo, non risponde. Joaquìn si frappone fra me e lui che come lo scheletro dell’Equiseto si frantuma.

“E adesso, che faccio? Quello era l’unico indizio. Sono spacciata, non mi resta che ritornare in Italia, da sola”.

Joaquìn mi sventaglia davanti agli occhi un biglietto da visita su cui ha trascritto qualcosa d’illeggibile.
“La respuesta està aquì”.

Devo avere tirato le conclusioni un po’ troppo in fretta. E pensare che un tempo, prima del suo abbandono, ero dotata di molta pazienza. Ora friggo, tremo, fremo. Sono sempre di fretta, impetuosa, non vivo mai nel presente. Impatiens. Il fiore del tempo che riconnette ai ritmi vitali. Credevo che non ne avrei avuto bisogno qui, in questa terra incantata. Se non ce l’hai, pensalo. Annamaria ora ha preso il posto di Francesco, mi guarda da dietro il bancone di legno mentre sorseggia un succo arancione. Forza, Matilde, pensala! Chiudo gli occhi, mi concentro, lascio andare le spalle, apro il petto, punto i piedi a terra. E la vedo, la pianta carnosa coi suoi fiori a campanula color malva che sembrano bocche spalancate. La respiro, con calma, dalle narici, dai pori della pelle, entro quasi in trance e mi sento più calma, all’istante. Quando riapro gli occhi Annamaria non c’è più, deve essere andata da Francesco, a convincerlo che deve tornare da me.

“Una brava persona, dicono, ma era un po’ sprecato qui dentro”.

La mia fidata guida ostenta un’espressione risoluta e un tono fermo che ricorda quello della mia psicologa. In fondo è un po’ così che si deve sentire lui, adesso. Una guida spirituale oltre che stradale.

“Allora, vuoi dirmi qualcosa?”.
Dopo, mi dice facendo roteare l’indice.

Mi dirigo alla cassa col mio romanzo in mano, mi sembra più che doveroso considerata l’entità dell’informazione ottenuta in questa libreria. A veder Joaquìn si direbbe gli abbiano consegnato Francesco in carne ed ossa, ristretto in scala 1:100.

“Che ne diresti di una bella cervezita fresca? Me la devi, senorita”. Poi si fa serio e si tuffa coi suoi occhi nei miei occhi “… Te quiero sin saber como, ni cuando, ni de donde. Te quieto directamente sin problemas ni orgullo: asì te quiero porqué no se amar de otra manera”.

“Sono senza parole” gli dico, non so se più commossa o sorpresa.
“Yo también! Fuerza, vamos!”.

Mai, almeno fino al giorno prima, avrei messo piede nel locale in cui mi conduce il mio autista. Ma ora mi sento una persona nuova. Aveva ragione la dottoressa S. quando diceva che ogni giorno siamo qualcosa di diverso. Fino a qualche minuto fa ero pronta ad imbarcarmi per l’Italia e a rinunciare allo scioglimento dell’enigma. Forse, fino al mio ultimo giorno di vita avrei vissuto con quell’insopportabile senso di attesa, di sconfitta appiccicato addosso.

L’aria è irrespirabile qui dentro, viziata dal tabacco e dal sudore degli uomini a torso nudo. Il pavimento di assi schiodate e il legno alle pareti, imbrattato di macchie scure, gli conferiscono l’aspetto di un luogo sinistro, frequentato dai rifiuti della società. Uomini di tutte le età, per lo più giovani, ansiosi di affogare il tedio delle loro giornate in una birra o in liquore scadente. Manovali dall’aria insofferente si grattano il petto sudicio di calce e sudore, imbastendo fumosi progetti di sopravvivenza. In bilico tra le labbra aride mozziconi di sigarette, stuzzicadenti, cartine riavvolte da troppe mani diverse. Il gestore del locale, un costaricano di chiare origini spagnole, ci serve due bottigliette d’Imperial, sbattendocele letteralmente sotto il naso con fare scocciato.

“De donde es?” mi chiede arricciando il naso bitorzoluto come fosse un suo diritto conoscere la nazionalità di ognuno dei suoi clienti. Prima che possa rispondergli, “son ochocientos colòn” mi dice, mostrandomi il palmo calloso della mano. Vorrei usare i suoi stessi modi, burberi e sbrigativi, e lanciarglieli per terra i suoi sudici colon, ma trattengo il respiro, conto fino a tre, chiedo aiuto a Cherry Plum mentre visualizzo il suo fiore rosa delicato e ne esalo ll profumo aromatico. Torno a respirare e il respiro fa nascere un gran bel sorriso sulle mie labbra.

“Tuo marito è un giornalista?” mi domanda Joaquìn deglutendo grandi sorsate di birra.
“Non proprio, è… era un docente universitario di letteratura spagnola, ogni tanto collaborava con dei giornali letterari. Perché?”.
“Curiosidad”.
“Sei un tipo curioso, tu?”.
“Muy curioso”.

“E allora credo che non andremo troppo d’accordo, tu ed io”. Ma cosa sto dicendo? Il fiore delicato, rosa chiarissimo, invade la mia campitura visiva, sempre più ristretta, lo sforo con lo sguardo, lo respiro dolcemente… Joaquín non risponde e questo suo silenzio mi infastidisce più della sua morbosa curiosità.

“Sai, si tratta della mia vita. Lo so, che è un po’ incasinata… forse, al tuo posto, ecco sì insomma… anch’io sarei curiosa… ma non mi va che…”. Farfuglio qualcosa, lui mi scruta senza battere ciglio, come incantato, trattenendo una smorfia che fatico a decifrare. Possibile io voglia sempre decifrare tutto? Cosa mi infastidisce veramente: le sue domande trabocchetto o la mia incapacità nel saper gestire la situazione?

Non basta trascriversi delle frasi sull’agendina, ogni tanto rileggerle e mandarle a memoria all’occorrenza, se non si è convinti che tra quelle parole si annidi una forza irrazionale, imperscrutabile che ha il potere di modificare il pensiero. Sto cadendo in questo errore con la Legge dell’Attrazione. È in tuo potere essere, fare o avere tutto ciò che puoi immaginare. Posso immaginare Francesco in ogni strada di questo paese, fermo che mi aspetta ad ogni avenidas, in qualsiasi bottega, stamberga, locale, ma evidentemente non basta perché lui ritorni da me.

“Scrive per la Naciòn, il maggiore quotidiano locale, è tutto quello che hanno saputo dirmi quelli della libreria. Ha deciso di mollarli  per dedicarsi alle sue cose. Non hanno saputo dirmi niente altro, se non che hanno letto di recente dei suoi articoli sulla Naciòn. Esto es todo”.

“E’ già qualcosa, grazie”. Ma francamente mi aspettavo molto di più. Quando finalmente ti viene servito il pranzo non ti accontenti di un semplice assaggino.
“Potrebbe esserci qualcosa di suo anche nel numero di oggi. Vieni” e così dicendo saluta il tipo del locale con un gesto scomposto della mano ed esce sulla strada, tallonato dal suo cane – gatto.
“Dove andiamo?” gli domando.
“Ad un’edicola”.

Intanto spulcio il mio portafoglio in cerca di colon, dovrò anche andare ad un ufficio di cambio prima di sera. Non mi sento sicura con le tasche piene di dollari.

“Pura Vida, La Naciòn, por favor!”. 

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