2. Poco più che le 10

Laura entra in uno dei bar più originali della città, una sorta di lunga galleria incastonata in un palazzo signorile del centro storico, a pochi metri da Piazza Duomo.

Pareti bianchissime, atmosfera di design, quadri minimalisti appesi a fili invisibili, qualche scultura stravagante a interrompere quella ritualità di linee verticali e orizzontali; e là, in un angolo, un pianoforte nero ad angolo, qualche libro sugli scaffali, ampie finestre che si affacciano sulla piazza del Duomo e sulla struttura esagonale del Battistero rosa: tutto quello che serve ad appagare l’occhio di un discreto esteta.

Si guarda intorno, solitamente la sua amica Matilde è puntuale, sa che Laura su certe faccende (prima di tutte: la puntualità!) è piuttosto intransigente.
Di lei, nessuna traccia.
Si siede a un tavolino, sfila la borsa, la accomoda sulla sedia, sono le 10 e 10. Come sarà la sua nuova amica?
Molto femminile, come l’ultima?
Un maschio mancato, come la penultima?
Magari un ragazzo?
No, risente le sue ultime parole… La mia nuova compagna, ci tengo Laura. Devi essere la prima.
La cameriera col caschetto blu le chiede se sta aspettando qualcuno, se intanto vuole ordinare qualcosa.
Due sì. Sì, aspetto qualcuno. E, sì, vorrei ordinare. Una spremuta e anche una brioche, vegana, possibilmente. Solo ora ricorda di non avere ancora fatto colazione.  

Come sarà?

L’ultima era bella, bellissima, ma una tale bambaciona, così goffa, impacciata. Una ragazzotta burrosa, dallo sguardo fin troppo languido, fisico perfetto, incarnato perfetto, dentatura perfetta, tutto perfetto, ma povera figliola, incapace d’imbastire una conversazione con un capo e una coda. E quel campionario di tic da manuale di psichiatria: e ora mi tocco i capelli, e ciondolo le gambe come fossi sospesa su un’altalena, e ridacchio anche se non c’è un cazzo di nulla da ridere.

E…

E quelle detestabili manierine infantili da moglie di topo Gigio: musetti, sorrisini, faccette, broncetti.

Povera Matilde, per il tempo che a un’altra donna sarebbe servito per esplodere e fuggire su di un altro pianeta, lei le era stata madre, sorella, confidente e amica, forse anche amante; ma di quello raramente parlavano. Una sorta di tacito accordo, il loro.

Fintanto che la sua amica Matty aveva frequentato fustacchioni da sballo, non le era stato tralasciato nemmeno il più piccolo dei dettagli.

Tut-To!

Un fiume in piena di pepatissimi dettagli: posizioni del kamasutra, cunilingus da brivido, sex-toys di ultima generazione, misure e durate, litigi furiosi ed erotiche riappacificazioni.

Poi, il cambiamento, la redenzione, e quell’insolito riserbo.

Eppure, la sua amica Matilde una persona discreta non la era mai stata. Lei era sempre stata eccessiva, sopra le righe, dirompente, sempre in bilico tra il lecito e l’illecito.

Dopo il periodo dell’asilo, avevano frequentato elementari, medie e liceo artistico, sempre una a fianco dell’altra. Le indivisibili, le chiamavano tutti.

Laura era la saggia, la più riflessiva, sapeva scrivere bene, parlava da grande, dispensava consigli giusti. Dalla sua penna e dal blocco per appunti non si separava mai.

Matilde, invece, era quella geniale, anni luce avanti in tutto: nel look, nella musica, coi ragazzi e con il sesso. Ed era un asso del disegno e della pittura, lo dicevano tutti: insegnanti, presidi che si erano succediti in quel liceo durante i cinque anni, e ovviamente i compagni di classe. Mai, non aveva mai suscitato alcuna invidia tra i suoi coetanei e nemmeno tra i maestri che si vedevano superare, in estro e tecnica, dall’allieva.

Matty-la-Matta (come amavano chiamarla i compagni di classe) sapeva farsi ben volere da tutti proprio per questa sua innata propensione all’ottimismo e alla creatività; dipingeva mossa da un impeto incontenibile, fuori e dentro la scuola, ma soprattutto dipingeva su tutto quello che le passava sotto mano: zaini, panchine, felpe, cuscini, divani, lampade, sassi, tavoli, pareti, senza nemmeno rendersi conto di quanto il suo talento lasciasse tutti a bocca aperta.

Non si era mai montata la testa, nemmeno quando in quarta liceo aveva vinto un concorso internazionale per giovani artisti ed era volata, con tutti gli onori che si riservano ad una pop star, a New York per visitare i più grandi musei della capitale, soggiornare a Manhattan e presenziare alla serata di gala organizzata dal Metropolitan Museum per omaggiare lei e i suoi colleghi geniali, sotto il flash di fotografi e giornalisti di mezzo mondo.

Per mesi, anni, avevano parlato di lei su parecchi giornali locali e qualche rivista specializzata; Matilde era diventata una sorta d’icona, non solo in quella scuola di provincia, ma per molti giovani che aspiravano a realizzare il grande sogno creativo, come aveva fatto lei.

Grazie a una borsa di studio si era trasferita prima a Venezia per studiare all’Accademia di Belle arti, poi ad Urbino per perfezionarsi in pittura e decorazione; finalmente all’età di ventidue anni era riuscita a fare la sua prima mostra a Milano, un successo grandioso di cui avevano parlato anche oltre Oceano. La giovane artista parmigiana, si diceva, sa coniugare tecnica, estro e ispirazione classica a quelle che sono le nuove esigenze dell’arte visiva. Celere Intensità. Tutto arriva, subito. Ti precipita addosso, una valanga di emozioni. Ma se l’occhio scivola lentamente sulla tela scorge i dettagli e ne resta imprigionato…

Le sue tele gigantesche, surreali e ipereali, avevano sortito curiosità anche tra i critici più creditati che erano accorsi per ammirarle, alcuni anche per demonizzarle e ridicolizzarle. Non vedevano l’ora. Se non sei cinico non puoi fare il critico.

Ma nessuno lo aveva fatto. Nessuno le aveva demonizzate o criticate, sarebbe stato scorretto.

Matilde per quella mostra si era ispirata proprio alla loro amicizia. Due bambine, una con i codini, l’altra con una massa di riccioli celesti, una con un pennello in mano e il corpo imbrattato di colore; l’altra inseguita da grandi lettere, carrarmati d’inchiostro.

Di tela in tela, erano diventate grandi, donne nel corpo, impastato di terra e sabbia, donne nelle espressioni, cariche d’intenzionalità.

Aiutata da un uomo molto più grande, che di lei si era perdutamente innamorato, Matilde sul finire degli anni Novanta era riuscita ad aprire il suo primo studio milanese che, nel giro di pochi mesi era diventato un luogo d’incontro, di scambi culturali e di nuove ispirazioni.

Quelli erano stati anni sublimi per la Matty artista ma così duri per la loro amicizia, che era stata messa duramente alla prova da troppi lunghi distacchi.

Certo, Laura e Matilde non avevano mai smesso di sentirsi al telefono e di scriversi lunghissime mail cariche di ricordi e confessioni, ma quanto avevano sentito nostalgia l’una dell’altra, delle lunghe, inesauribili chiacchierate fino all’alba; dei viaggi in treno verso Bologna per andare al mercatino delle pulci o all’inaugurazione di qualche nuova galleria; dei weekend al mare in tenda con la musica di Bob Dylan e Leonard Cohen da portarsi fino all’alba; e delle notti passate nei locali della Riviera a ballare fino a sentire le ginocchia molli e i piedi che friggono, i quei bomboloni alla crema mangiati in spiaggia, dopo il bagno sotto le stelle.

Spesso Laura aveva raggiunto l’amica a Venezia, Urbino, Milano e anche all’estero quando la chiamavano ad esporre le sue tele visionarie. Matilde invece faticava a rientrare nella sua città, le sembrava troppo stretta, borghese e noiosa. Giudicante come una vecchia zia moralista e bacchettona, petulante come una vicina di casa che si nutre della vita degli altri.

Tornare era come riprendere le fila da quella Matilde fragile, sempre in bilico, che aveva messo un po’ da parte; una giovane donna piena di spifferi, minacciata da fantasmi dell’infanzia che il suo inconscio aveva travestito di follia creativa, facendole credere che ogni paura, ogni sua indecisione, fosse scomparsa.

Fintanto che, a un bel momento Matilde si era decisa a fare ritorno a casa e quel momento era coinciso con la morte di sua madre.

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